Londra, come da vicini di casa siamo diventati stranieri

Oggi è il primo giorno di un nuovo capitolo, noi cittadini europei dobbiamo avere il settled status (o pre-settled). Chi non l’ha ancora chiesto ha ancora 28 giorni per fare domanda, ma solo se ha motivi speciali che giustificano il fatto che non l’ha fatto prima. I 400 mila cittadini UE che ancora stanno aspettando una risposta, dovrebbero ricevere un certificato che afferma che hanno fatto domanda.

Ovviamente non tutti i datori di lavoro o padroni di casa lo tengono per buono, in fondo il certificato dice che hanno fatto domanda, non che hanno il settled status. Con le pene alte che ci sono per datori e landlord che danno lavoro a casa a clandestini, molti non vogliono correre rischi. 

Fino ad ora gli europei non hanno dovuto aver a che fare con il sistema di immigrazione del Regno Unito, famoso nel resto del mondo per essere spietato, severo e spesso illogico. Abbiamo avuto casi di scienziati e primari ospedalieri extracomunitari che hanno avuto il visto per lavorare, ma al momento del rinnovo il loro coniuge o uno dei figli minorenni non l’ha ricevuto. Per l’Home Office non c’è niente di strano separare una famiglia e avere i genitori in UK e il figlio di quattro anni in un altro paese.  Ci sono stati casi di cittadini britannici che non avevano problemi economici che hanno avuto il coniuge extracomunitario espulso perchè qualche impiegato dell’Home Office aveva deciso che quella persona avrebbe vissuto meglio nella propria cultura, anche se separati da coniuge e figli. Ci sono stati casi di persone estremamente specializzate in qualche settore nicchia con tutte le carte in regola che non hanno avuto il visto di lavoro perchè qualche impiegato statale, che non  aveva deciso che il datore di lavoro poteva assumere qualcuno del posto. 

The Guardian ha pubblicato oggi un articolo di Daniel Trilling che esplora bene la questione e lo trovate qui.

“Per quanto il governo voglia addolcirlo, il processo di uscita dall’UE è stato anche un processo per trasformare i vicini in stranieri. In una certa misura questo era forse inevitabile, ma è stato approfondito dalle scelte politiche dal 2016. Nonostante le promesse della campagna Leave, la decisione di Theresa May di non garantire i diritti dei cittadini dell’UE prima di attivare l’articolo 50 nel 2017 – al fine di utilizzare quelli diritti come merce di scambio nelle trattative – ha stabilito il principio secondo cui i milioni di persone colpite non avevano, secondo il governo, un diritto automatico di appartenenza.

Ciò è stato rafforzato dal  populismo di destra nel corso degli anni, dalla proposta dell’allora ministro degli Interni Amber Rudd alla fine del 2016 di far pubblicare alle aziende i dati sul numero di lavoratori stranieri che impiegano, all’affermazione di Boris Johnson durante la campagna elettorale nel dicembre 2019 che i cittadini dell’UE erano stati per troppo tempo “in grado di trattare il Regno Unito come se fosse fondamentalmente parte del proprio paese”. L’effetto cumulativo, come mi ha detto di recente un attivista per i diritti dei cittadini dell’UE, è la sensazione “che il governo ci ha reso stranieri”.”

Laura S Ambir
A Londra dal 1984, ha lavorato in diversi settori dal marketing al recruitment. Ha anche esperienza del settore sanitario, public health e social care. Coinvolta in commissioni e dibattiti del parlamento britannico. Qualificata per insegnare inglese come seconda lingua a stranieri.

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